Una stretta di mano, ma con il tassametro acceso: da oggi chi tiene un assistente virtuale su WhatsApp dovrà fare i conti con una nuova logica di costo. È l’effetto di uno scontro regolatorio tutto italiano che ha spinto Meta a cambiare rotta, con una soluzione che parla di compromesso e di mercato.
Per anni i chatbot su WhatsApp sono stati la scorciatoia preferita per assistenza, ordini, prenotazioni. Aziende grandi e piccole hanno integrato IA di terze parti per rispondere subito alle domande più noiose: “Dov’è il pacco?”, “A che ora aprite?”, “Come rimando la consegna?”. Poi è arrivato lo stop: una politica più restrittiva verso le conversazioni generate da sistemi esterni, entrata in vigore a livello globale il 15 gennaio. In Italia, l’Antitrust ha chiesto a Meta di sospendere quella stretta. Il messaggio era chiaro: non si cambia una prassi così diffusa senza tutele e senza tempi di adattamento.
Cosa succede ora? Meta ha scelto una strada a misura di mercato. Dal 16 febbraio, chi vuole mantenere il proprio chatbot su WhatsApp in Italia potrà farlo, ma pagando un costo “a consumo” a Meta per ogni risposta generata. È una rivoluzione sobria: niente divieti, ma un conto da saldare per ogni interazione automatica.
Le aziende che usano IA di terze parti dovranno passare dai canali ufficiali (es. WhatsApp Business Platform) e accettare una tariffazione “per risposta”. Al momento, i listini pubblici dettagliati non risultano disponibili: Meta ha comunicato la novità agli operatori e ai partner, ma le cifre potrebbero variare per volumi e accordi. In assenza di numeri verificabili, il punto fermo è il modello: si paga quando il bot risponde.
Per una PMI che gestisce assistenza base, l’effetto potrebbe essere neutro o persino positivo: meno conversazioni “infinite”, più qualità, costi prevedibili se il volume è stabile. Per chi ha flussi complessi — prenotazioni multilivello, resi articolati, vendite consultive — la tariffazione per risposta imporrà design più asciutto e una governance attenta. Un esempio concreto: l’e‑commerce che oggi risponde con tre messaggi per confermare un reso dovrà farcela in uno solo, con un link chiaro e un codice univoco. Ogni messaggio superfluo pesa sul budget.
Misurate il tasso di risoluzione al primo messaggio. È la metrica che protegge il portafoglio. Create fallback chiari: “vuoi parlare con un operatore?” dopo il secondo tentativo fallito. Limitate l’IA dove non serve. FAQ statiche e pulsanti risolvono problemi a costo minore. Aggiornate l’informativa privacy e inserite un disclaimer esplicito: “risposta generata da IA”.
Questa “rivoluzione a pagamento” non è una punizione, ma una soglia d’ingresso a un uso più responsabile. L’Italia diventa un laboratorio: regole, mercato e tecnologia si allineano per evitare sia il far west sia lo stallo. La domanda, adesso, è semplice: preferiamo chat più intelligenti o chat più utili? Magari, finalmente, l’una cosa porterà all’altra.
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